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Miroslav Tichý fotografo vagabondo AUTORE: Àngels Codina 1 luglio 2016

Il fotografo vagabondo

Nel 1948 il Partito Comunista cecoslovacco impose agli alunni dell’Accademia delle Belle Arti di Praga di smettere di dipingere i corpi femminili delle modelle e di concentrarsi invece sugli operai, come stabiliva l’ideologia socialista. Miroslav Tichý, che allora era uno studente d’arte, lasciò la pittura in segno di protesta, ma esplorò in segreto il fascino che su di lui esercitava il corpo femminile attraverso la fotografia e in un modo davvero singolare.

Aveva l’aspetto di un vagabondo e passeggiava per le strade del suo paese con una macchina fotografica fatta con scatole di scarpe, lattine, cordoncini elastici, il rotolino di cartone della carta igienica e perfino pacchetti di sigarette. Le lenti erano costituite da un pezzo di plexiglass levigato con carta vetrata, dentifricio e cenere.

Per questo, la maggior parte delle persone che lo incrociavano per strada lo prendevano per un matto armato di un’inoffensiva macchina fotografica giocattolo. Invece, dietro quell’obiettivo di plastica e cartone c’era l’occhio fotografico di Miroslav Tichý. O meglio, il suo occhio fotografico e il suo spirito di voyeur.

Tra il 1960 e il 1985 Tichý si dedicò a scattare migliaia di foto alle donne che incrociava per strada. Possiamo vederle mentre camminano per le vie del paese, sedute su una panchina, o mentre prendono il sole in costume da bagno su un prato.

In alcune foto si vedono solo un paio di gambe, un fondoschiena o un torso nudo. Essendo state scattate e sviluppate in modo particolare, le foto sono sfocate, macchiate, imperfette.

Spesso Tichý le abbelliva ripassando i contorni delle immagini con della carta o a matita e le attaccava su un fondo di carta o di cartoncino. E la cosa più curiosa è che sviluppava un’unica copia di ogni negativo, perché non faceva foto per ingrandire il catalogo di una mostra o per gli annali della storia della fotografia, ma semplicemente per piacere.

Nel 1981 un vecchio amico di Tichý, Roman Buxbaum, scoprì le sue foto e si diede da fare per preservarle, poiché erano conservate alla rinfusa, senza essere numerate e in balìa di polvere, insetti e topi.

Buxbaum cominciò a creare una collezione con le foto che Tichý gli regalava, e comprò molte di quelle che Tichý aveva regalato alla sua seconda madre. Grazie all’impegno di Buxbaum, l’opera di Tichý fu resa nota nell’ambito della Biennale d’Arte Contemporanea di Siviglia nel 2004.

Da allora è stata esposta in centri come il Pompidou, a Parigi, o nell’International Center of Photography di New York.

 

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